Riaprire la mente delle donne e degli uomini del nostro tempo all’immaginazione e alla fantasia, metterli in grado di concepire l’inconcepibile, cogliere nel piccolo e nel presente i segni del futuro che ci attende, e delle alternative che siamo in grado di mettere in atto per renderlo buono ed aperto, invece che tetro ed ostile, è il compito difficile ma ineludibile che abbiamo davanti, e che può essere affrontato solo radicando nel locale le scelte globali per il cambiamento necessario.
Il negazionismo autoritario, in ogni parte del mondo, sembra preparare per quando l’emergenza diverrà più acuta una strategia tragica, in cui l’autoritarismo si sposerà al malthusianesimo e al darwinismo sociale.
Se il mondo non sarà più vivibile per tutti salviamo chi se lo può permettere, e che in nome di questa promessa di vita rispetto ad un mondo sempre più ostile alla vita, rinuncerà alla libertà e alla democrazia. I muri di oggi anticipano le muraglie ancora più solide ed impenetrabili del domani che ci attende se prevarrà il produttivismo e l’estrattivismo . Si fa poco alla volta reale il mondo distopico descritto da tanti film e serie Tv fantascientifiche, in cui le cittadelle dei salvati, guidati da capi più o meno spietati, si proteggono con ogni mezzo da chi sta fuori.
Oggi soprattutto sul clima si gioca la scelta fra autoritarismo sovranista e democrazia. La democrazia è l’unica che può evitare la tragedia. Una democrazia , certamente rinnovata e approfondita, radicata nei territori e nelle comunità locali. Che cali gli stessi processi del green deal europeo, le scelte che gli stessi governi saranno obbligati a fare se la pressione popolare aumenterà, in assemblee democratiche di territorio, le uniche che possono fondare davvero quella economia circolare- a zero emissioni, a zero scarti, a zero rifiuti e a zero consumo di suolo- che è l’unica risposta possibile alla catastrofe ambientale e all’ingiustizia climatica. L’alto, le scelte doverose dell’Onu, dell’Europa come dei singoli stati, produce effetti se si salda con le mobilitazioni dal basso, se amplia e non restringe la possibilità di autodeterminazione delle comunità locali.
[estratto dall’articolo pubblicato su Il Manifesto del 24 gennaio]
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