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Si fa troppo poco contro le ecomafie

Su Zoom e in diretta Facebook nel pomeriggio di giovedì 25 febbraio si è parlato di ecomafie in Lombardia, per il secondo incontro della rassegna 4 colpi alla ‘Ndrangheta.
A discutere di questo tema, nella videoconferenza organizzata dal Circolo ambiente Ilaria Alpi e da Arci Como, sono state Silvia Bonardi, magistrata della Dda di Milano, e Monica Forte, presidente della commission regionale antimafia.

Come ha spiegato nell’introduzione Roberto Fumagalli, del Circolo ambiente, la Lombardia è storicamente coinvolta nel traffico e nello smaltimento illegale dei rifiuti (in particolare di quelli tossici): è recente la condanna da parte del tribunale di Como ai gestori di due depositi cittadini in cui ne sono state eliminate in modo illecito oltre quattordicimila tonnellate.
È però dal biennio 2017-2018 che la Regione ha rischiato di diventare una nuova Terra dei fuochi dato l’altissimo numero di roghi che, oltre a intossicare l’ambiente lombardo, hanno anche messo a repentaglio la salute di moltissime persone.

Questo business criminale ha vissuto una vera e propria esplosione quando le frontiere cinesi attraverso cui venivano “buttate” le materie plastiche da smaltire prodotte in Europa.
Bloccato questo canale, l’eliminazione abusiva dei rifiuti è diventata una pratica comune non solo in luoghi abusivi, ma anche in impianti autorizzati sovraccarichi.
La rotta cinese è stata sostituita da quella esteuropea, nel frattempo, ma ciò non deve far pensare che le ecomafie siano indebolite: nel 2019 sono circa 1500 i reati ambientali registrati in Lombardia e la stragrande maggioranza di questi sono collegati alla criminalità organizzata.

Le autorità stanno lavorando dal 2017-2018 per attribuire le responsabilità di questi crimini e anche a tre anni di distanza si stanno studiando misure preventive contro queste attività criminali.
In particolare, si può cercare di gestire la questione monitorando il territorio (anche tramite satellite) e concedendo le autorizzazioni con attenzione e coscienza di un problema che, in Lombardia, è ormai storicizzato.
I rifiuti sanitari, aumentati esponenzialmente col covid, sono un elemento delicatissimo in questo senso ma, almeno secondo Forte, c’è stata forse troppa sufficienza nell’applicazione di deroghe allo stockaggio massimo consentito ai depositi. Forse, c’è troppa poca sensibilità non solo ambientale, ma anche rispetto al fenomeno mafioso; una mancanza di consapevolezza che in un territorio come il nostro può rivelarsi fatale sotto molti aspetti.
Per dare un’idea di quanto la criminalità organizzata sia focalizzata su questo giro d’affari fa fede la testimonianza di Bonardi, che ha raccontato come la stessa Dda abbia scoperto dalle intercettazioni prima che dalle fonti ufficiali l’applicazione delle deroghe citate da Forte.

La ‘Ndrangheta è estremamente aggressiva e capace di infiltrarsi nel sistema di smaltimento dei rifiuti attraverso cambi di proprietà, raccolta di rifiuti non solo lombardi ma anche provenienti dal Sud e sistematica distruzione di rami aziendali utilizzati finché utili e poi lasciati in rovina.
Oltre alle tradizionali direttrici che portano Sud a Nord, indagini recenti hanno ricostruito anche percorsi inversi. Questa scoperta porta a dimostrare che esiste una rete che ricorda sempre di più, per nomi di persone, società coinvolte e rotte attraversate, il contrabbando e il traffico di droga: la mafia ha sempre più potere in sempre più ambiti.

Come detto, l’impatto ambientale di questi traffici è una delle conseguenze più gravi di queste attività.
È quindi fondamentale un monitoraggio capillare del territorio, dai depositi di rifiuti ai piani-cave, passando per Arpa ed i suoi controlli.
Per garantire la sicurezza di territorio e cittadinanza serve investire di più a livello economico e di personale negli enti provinciali e sul piano regionale.
I mezzi di controllo satellitari e fotografici non sono sufficienti a preservare un sistema che, come si è visto, è estremamente permeato dalle organizzazioni criminali.
Serve un’azione economica ma soprattutto politica determinata e lucida nell’analisi di una situazione pericolosissima su vari livelli e che non coinvolge solamente le ecomafie ma anche tutte quelle persone, colletti bianchi compresi, che smaltiscono male le scorie forti della consapevolezza che a livello penale il rischio, in confronto al guadagno, è irrisorio.

Come spesso emerge nelle discussioni sulla mafia, la società civile ha un ruolo centrale nel contrasto a queste pratiche che spesso avvengono alla luce del sole, sotto gli occhi delle autorità locali e dei/delle cittadini.
Bisogna denunciare ogni volta che si vede qualcosa di sospetto e questo lo devono fare le persone singole, senza delegare la salute propria e del pianeta stesso solo alle autorità antimafia, che combattono ma si trovano di fatto, come denunciato da Bonardi, a costruire cattedrali nel deserto.

In generale, dall’incontro è emerso chiaramente come, oltre alla purtroppo comprovata omertà della cittadinanza rispetto alle questioni di mafia, ci sia un enorme problema politico e di monitoraggio.
I piani ambientali, anche a livello regionale, sono troppo spesso disattesi e si nota dalle stesse realtà di controllo ambientale un’eccessiva superficialità nelle proprie attività.
La criminalità organizzata trova terreno fertile nel traffico di rifiuti, nel controllo delle cave e dei cantieri edilizi. Sottovalutare il problema lascia loro spazio di manovra rispetto ad attività di cui fanno spese l’ambiente e la salute pubblica.
Allo stato attuale delle cose, insomma, l’impressione è che in generale si faccia troppo poco contro le ecomafie.

Il prossimo incontro della rassegna 4 colpi alla ‘Ndrangheta avrà luogo, sempre online su Zoom ed in diretta Facebook, giovedì 4 marzo alle 21 e tratterà il tema del caporalato. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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